Società Anonima Stagisti

Anche tu, come il protagonista del libro, stai svolgendo uno stage apparentemente inutile, assurdo e spesso più tragicomico che formativo?

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8 risposte a Società Anonima Stagisti

  1. Però per prima cosa ci chiedono di alzarci in piedi a turno e presentarci. Quindi c’è uno che si alza si presenta ed è anche bravo a presentarsi e dice cose interessanti e tira in ballo certi aspetti dell’infanzia che uno non se l’aspetterebbe ma rendono la presentazione più schietta e interessante. Poi c’è quello che si alza e si vede lontano un chilometro che se l’è preparata, la presentazione. Snocciola a memoria una miriade di esperienze, steig, attestati, certificati, corsi e master che se fosse tutto vero non si capirebbe cosa ci fa qui alla Sav non si capirebbe perché non è a far soldi nel consiglio di amministrazione di una multinazionale giapponese o americana. Quindi ci sono io che ho fatto giurisprudenza e dieci mesi di servizio civile. Molti mi hanno chiesto perché non ho schivato il servizio civile. La verità è che c’ho provato in tutti i modi ma non ci sono riuscito, schivare non son bravo.
    La commissione ride. Quindi ci sono di nuovo io che rimescolo un po’ le carte, la tesi, gli studi, la Iole, portare un cieco al cinema e poi basta perché mi stufo e comunque mi sembra di aver parlato abbastanza. E la giuria sembra divertita e soddisfatta. E anche se non ho master o corsi o esperienze credo d’aver fatto una buona impressione.

    Tratto da “Mi sento già molto inserito” (c) 2009 Zandegù Editore

  2. “…le stellette che noi portiamo son disciplina, son disciplina…” pare cantassero i soldati italiani a fine ottocento… a me sono bastati 3 mesi in una specie di scantinato umido, subito dopo la laurea, per capire che quella disciplina lavorativa non mi stava affatto bene. Sia chiaro: i compiti che mi affidavano, li svolgevo sempre con grandissima efficienza. Forse era un fatto di etá o forse no, lo faccio ancora adesso. Il fatto é che un compito ha, in sé, un valore incredibile: significa affrontare una oggettivitá, magari un problema, e risolverla… insomma, la stessa soddisfazione caparbia di quando si scioglie un nodo dopo tanta fatica. Invece chi te li affida, quei compiti, spesso non ha nessun valore. Primo: perché non se lo risolve da solo, quel dannato compito? Non ne é capace, forse? Secondo, e piú importante, non ha valore perché l’unico valore del dare compiti é… proprio dare i compiti! Per questo ho rifiutato la disciplina. E, con un po’ di impegno e un po’ di fortuna, da qualche anno ho conosciuto le persone che hanno un vero valore: quelle che, a dispetto di etá o inquadramento, sanno trattarsi come pari. Nessuna disciplina, solo un’oggettivitá da fare insieme. Invece le stellette mi tocca tenerle, sul badge: sono 12, gialle, su sfondo blu. Non si puó avere tutto…

  3. Io insegno danza, non sono famosa, non lavoro per la De Filippi, ma faccio il mio lavoro con grande umiltà e tutta l’autocritica possibile. Insegno pur sapendo di non avere il diritto di cambiare nessuno, la pretesa di miglioralo, eppure cerco di mettermi al servizio di tutti. Ero talmente al servizio che nel posto in cui lavoravo prima di scappare e prendere in mano le redini, come si dice, pensavano forse che fossi “un servizio”. Si si, uno di quei servizi di porcellana da sfoggiare i giorni di festa, da usare, da tenere lì pronti all’uso, per dare lustro. Hanno imparato che me, come da tutte le mie colleghe, mi si poteva spremere fino all’osso, lucrare sulla buona fede, sulla passione, sulla precarietà insita già in questo tipo di lavoro: insegnate e per di più di arte.
    Gli utenti avevano comprato un servizio e credevano di avere diritto di pretendere il mio tempo, la mia salute, il mio sapere. Non potevi ammalarti nè assentarti, non perchè fossi indispensabile, ma per il semplice fatto che non avresti mangiato il mese dopo. Pagato in contanti come unbracciante agricolo dei romanzi di Verga.
    Consuma, produci, crepa…e soprattutto sorridi, sii felice e intrattieni i giovani rampolli e i loro capricci.

  4. Ho pensato di riportare l’esperienza del mio primo lavoro per dimostrare come anche in passato, quando cioè non esistevano forme contrattuali come lo stage, fosse estremamente difficile – specie per una donna – ricoprire un ruolo anche così ambito come quello di dipendente del ministero dell’interno.
    Avevo 25 anni. Dopo avere conseguito la laurea in giurisprudenza ero andata nel Nord Italia presso zii paterni che non avevano figli ma esercitavano un’attività entusiasmante: gestivano un teatro e diversi cinema. Io accompagnavo lo zio a stipulare i contratti con le case cinematografiche e poi avevo a disposizione il palco delle autorità in teatro per assistere a tutti gli spettacoli che mi piacevano. Se appena dicevo di avere visto in un negozio qualcosa che mi era piaciuto gli zii me la compravano. Ma… ero figlia unica e poiché il motivo per cui i miei genitori mi lasciavano stare in Emilia era che nella mia città non avevo lavoro, ad un certo momento la pacchia finì. Mi telefonò mio padre dicendomi che avevo avuto la nomina a Segretario comunale in un paesino del Centro Sud. All’epoca i segretari comunali erano talmente pochi che bastava fare la domanda in Prefettura per ottenere un incarico, ovviamente “ fuori ruolo”.
    Non si poteva rinunciare ad un lavoro che all’epoca era “ambito e dava molte soddisfazioni”, come lo definì mio padre, così dovetti tornare a casa. In Prefettura mi dissero che avrei avuto a disposizione un appartamento che il Comune aveva costruito proprio per il Segretario comunale perché, data la distanza da casa mia (circa 300 Km tra andata e ritorno), avrei dovuto dimorare in quel paese. Era il 13 luglio 1973.
    Cammina cammina, non si arrivava mai, alla fine su un cocuzzolo vidi un campanile e tre o quattro case. Nel mio cuore mi auguravo non fosse la meta cui ero destinata ma intorno non c’era altro! Infatti il paese era proprio quello. Il Sindaco mi accompagnò a vedere l’appartamento, grazioso e semi arredato e – lasciando me e i miei genitori a guardarci intorno – disse che mi avrebbe aspettato in Comune per presentarmi ai dipendenti.
    Andai subito a piedi, date le distanze. I dipendenti erano due, l’applicato che all’interno del Comune espletava tutti i servizi e l’altro esterno che aveva diverse mansioni: necroforo, cantoniere, spazzino, vigile, autista scuolabus, ecc….
    Seppi che avrei dovuto preparare immediatamente il bilancio di previsione da sottoporre al Consiglio Comunale, perché stavano per scadere i termini. Tutte le mie scelte erano state dettate dall’avversione profonda che nutrivo per la matematica. Figurarsi con quale stato d’animo mi accinsi a compilare il bilancio di un Comune!
    In tutto il paese c’erano solo vecchi e tre bambini perché gli adulti, essendo tutti cuochi, erano in giro per l’Italia. Le scuole erano chiuse e così, quando non dovevo lavorare, non sapevo proprio che fare. Allora decisi di iscrivermi alla facoltà di medicina, appena istituita presso l’università della mia città. Pensavo che un ospedale non potesse essere aperto in un paese di trecento anime, ma solo in una cittadina. Nel frattempo conobbi il veterinario comunale che, giovane come me, era come me alle prime armi. Un pomeriggio mi propose di accompagnarlo a fare un intervento ad un dobermann: doveva tagliargli le orecchie e la coda. Non avendo di meglio da fare lo seguii. Diede alla povera bestia una tale dose di anestetico che il cane non si svegliò se non dopo tre giorni! Io però scoprii che non ero adatta a fare il medico perché alla vista del sangue (perfino quello di un cane) ero svenuta.
    Così mi rassegnai a fare il segretario comunale. Per fortuna dopo tre mesi si liberò una sede distante solo 40 km da casa mia. I problemi però non erano finiti, perché tutti i consigli comunali, e allora se ne facevano tanti, si tenevano sempre dopo cena e con qualsiasi tempo. Imparai così a cambiare le gomme e a mettere le catene alla mia 500. Nel frattempo avevo vinto il concorso nazionale ed essendo tra le prime in graduatoria mi fu possibile scegliere una sede che distava da casa 12 Km. E poiché il mio fidanzato aveva appena iniziato a lavorare decidemmo di sposarci.
    Dopo un anno aspettavo un bambino ma in Prefettura non sapevano come gestire tale situazione perché i segretari comunali, da sempre uomini, non avevano mai chiesto l’astensione obbligatoria per maternità! Impararono grazie a me quanti mesi dovevano provvedere a sostituirmi, conservandomi il posto. Al secondo bambino però il Sindaco andò in Prefettura a chiedere il mio trasferimento perché lui voleva un Segretario UOMO che, secondo lui, non si sarebbe mai assentato.
    Il vice Prefetto mi mandò a chiamare e mi disse che poiché i Sindaci sono eletti dal popolo, in caso di contrasto tra il Sindaco e il Segretario comunale, lui non poteva che trasferire il Segretario.
    Se ci fosse stato disponibile un paese nelle vicinanze me ne sarei andata ben volentieri ma erano vacanti solo sedi in montagna e lontanissime. Così rinunciai all’astensione dal lavoro, ripresi servizio e sopportai le angherie del primo cittadino che si divertiva a fissarmi anche le Giunte comunali dopo cena o di sabato pomeriggio. Sembrava che provasse un piacere sadico a rendermi la vita assai difficile, pur sapendo che avevo due bambini piccoli a casa.
    Ad ogni elezione speravo che lo facessero fuori ma invece veniva sempre rieletto così, alla terza elezione e cioè dopo undici anni, poiché si era liberato un paesino in montagna – distante solo 25 km da casa – chiesi il trasferimento e me ne andai. Furono cinque anni bellissimi: il Sindaco era finalmente una brava persona ed il vice sindaco, che chiamavo zio, cercava di venirmi incontro e di prevenire le mie necessità.
    Purtroppo alla tornata elettorale successiva cambiò l’amministrazione e al primo parere sfavorevole che osai mettere su una deliberazione il Sindaco andò in Prefettura a chiedere la mia sostituzione poiché “ero palesemente favorevole all’opposizione”. Seguì un periodo nero, perché gli amministratori non avevano fiducia in me e lo dimostravano in ogni occasione. Chiesi nuovamente il trasferimento.
    Nel frattempo i Segretari comunali, che prima erano dipendenti del Ministero dell’interno, divennero dipendenti dell’Agenzia dei Segretari Comunali, scelti direttamente dal Sindaco (per la durata della legislatura) in un albo professionale. In altre parole la politica trovò un buon modo per tapparci la bocca, impedirci di mettere un freno alle porcherie delle amministrazioni comunali e ricattarci: se avessimo osato contrastare un sindaco, alle elezioni successive ci avrebbero sostituiti.
    Così capitò che in un concorso pubblico per un posto di tecnico comunale il Sindaco pretese che facessi vincere un suo protetto. Mi opposi, ben sapendo che avrei dovuto cercarmi una nuova sede. Tornai nel paesino di montagna (che nel frattempo aveva cambiato amministrazione) a testa alta.
    Oggi, all’età di sessant’anni, sono in pensione. Non è stato facile, ma non ho mai piegato la testa e non ho mai consentito ai politici di turno, se appena ho potuto, di porre in essere attività illecite e ingiuste.

  5. Mi chiamo Enrica, ho trentadue anni e solo ora, da qualche mese, posso dire che forse non tutti i posti di lavoro sono uguali……per fortuna!Ma c’è stato un momento in cui, pur di non varcare la soglia del mio vecchio ufficio avrei fatto di tutto…..davvero!tutto comincia quando, dopo una serie di colloqui, il 29 Settembre del 2004 firmo un contratto di assunzione presso l’ ufficio legale di una piuttosto nota Società di credito al Consumo del Bolognese…..Ufficio legale….gran cosa, pensavo tra me e me, per un laureato in Giurisprudenza!!!!E poi con la possibilità, come era nelle intenzioni di chi decise di assumermi e dopo pochissimo tempo di confermarmi a tempo indeterminato, e non certo per pura fortuna, di diventare responsabile di quell’ ufficio Reclami che avrei dovuto mettere su partendo da zero….un progetto ardito, ma stimolante per una ragazza piena di entusiasmo e di voglia di crescere!!!Non conoscevo nulla del mondo del credito al consumo e avevo a disposizione solo le mie energie, un computer, e qualche indicazione su come avrei dovuto iniziare a rispondere a quel pacco di lettere di Clienti “insoddisfatti” o dei loro avvocati che dopo un solo giorno dal mio arrivo erano già depositate sulla mia scrivania!La faccio breve : io mi dedicai a quel lavoro con tutta me stessa…..ore ed ore di straordinari….e per il primo anno fioccarono complimenti e promesse…..e per fortuna seppi tenere i piedi ben ancorati al suolo!!!!Arrivò tuttavia il momento in cui mi resi conto che la mole di lavoro era ingestibile da parte di una sola persona, e lo feci presente;e poi, non si poteva continuare ad inviare lettere ai Clienti tanto per rispettare i termini di risposta previsti dagli Organismi di controllo ma…. ” qui il Cliente non ha mai ragione, vedi tu cosa inventarti “…e alla fine davvero non seppi più cosa inventare, avevo dato fondo alla mia fantasia ed iniziavo ad avere il sentore di svolgere un lavoro inutile!eppure, quando veniva fuori qualche magagna un pò più grossa delle altre, o l’ A.D. del gruppo chiedeva chiarimenti sul perchè della notifica di un Atto di citazione in Giudizio nei confronti della Società – cosa che iniziava a capitare piuttosto di frequente – la faccia ce la metteva quella impiegatuccia da quattro soldi che iniziava a capire meglio come funzionavano le cose lì dentro!Insomma, a me le cose fatte male non stavano bene, tanto più che poi ci dovevo anche mettere la faccia, ma da quando avevo preso il coraggio di fare presente come la pensavo su un modo di lavorare che non coinvolgeva solo l’ufficio che io rappresentavo, complice una superficialità diffusa, non mi resi conto di avere anche messo la firma per la fine della mia tranquillità lavorativa e, ancor peggio, psicologica….quello che è stato poi non importa!Ora, sono a contatto con persone che rispettano le tue idee anche se hai molta meno esperienza, che si confrontano, che ti aiutano a crescere, che si fidano di te e che non ti fanno sentire inetta e fuori luogo….che apprezzano il tuo impegno e che, se pure hai delle critiche da fare, lasciano che tu le faccia per cogliere lo spunto per migliorare…..nell’ Ufficio Reclami di quella Società, invece, – quello che IO ho messo in piedi – ora sono in dieci, ma voci mi riferiscono che se la passano male tutti e dieci ( meno peggio, ovviamente, sta il più “lecchino” di turno )…….del resto, mal comune mezzo gaudio!!!!!

  6. Io non parlerò di un tirocinio ma di un lavoro come gli altri e di incoerenze in una grande azienda (francese ma penso il discorso sia più generale). Sono stata impiegata in una grande azienda dove ero inserita nel dipartimento export per la zona germanofona. Ho fatto tre colloqui (con la capa, con il capo della capa e con la capa del capo della capa) nonché uno con le risorse umane e un test di inglese, condizione necessaria per essere assunta lì. Sono tutti e tre andati bene, la capa diretta mi ha pure fatto il colloquio in tedesco, lingua essenziale per lavorare sulla zona. Non mi ero resa conto all’epoca ma se ha trovato che parlassi tedesco così bene era perché non capiva cosa dicevo, lei non parlando quasi per niente tedesco. Questo l’ho scoperto due giorni dopo il primo giorno di lavoro. Un collega tedesco che lavora in Russia era lì per un colloquio e la capa mi ci ha portata e presentata. Io pensavo di fare bella figura cominciando a chiaccherare con lui in tedesco ma lui ha detto che dovevamo tornare all’inglese perché la mia capa potesse capire.

    Il primo giorno di lavoro mi ha lasciato un’impressione mitigata. Infatti, sono arrivata, mi hanno presentata al resto del dipartimento e poi subito siamo andati ad una riunione mensile con grandi capi. Era molto interessante e dentro di me mi felicitavo di avere accettato questo lavoro. Solo che il pomeriggio stavo lì e non sapevo cosa fare. Certo avevo una scrivania, ma nessun computer e non sembrava che ci fosse stato un piano di formazione elaborato per me. Stavo lì e nessuno sapeva cosa farsene di me. Finalmente ha avuto pietà un collega che mi ha fatto sedere accanto al suo PC e mi ha mostrato la realtà del suo lavoro. Che avrei dovuto poi fare pure io. E lì è cominciato il disincanto. Perché non corrispondeva a quello che mi avevano venduto. C’era talmente lavoro da fare che non si aveva molto tempo per richiesta e assomigliava ad un lavoro meccanico, 5 minuti per domanda e basta, trattare il massimo di mails nella giornata, cioè mai lasciare il pc, pocchissimi contatti con i clienti e neanche il tempo di leggere la stampa, che però è essenziale per prendere decisioni informate!

    Il disincanto si è verificato il giorno dopo: c’era una grande riunione per parlare di tutti i problemi della professione, perché i colleghi erano depressi, perché il lavoro aveva perso il suo interesse ecc… Non ho capito perché avessero insistito così tanto perché io cominciassi così presto se poi non erano pronti ad accogliermi bene e per lasciarmi assistere a questa seduta di autoflagellazione.

    Il PC ho dovuto aspettarlo per un mese, durante il quale la mia occupazione era di leggere i giornali economici tedeschi e svizzeri. Era la prima incomprensione per me: come in una grande azienda non si era possibile avere un PC, l’utensile numero uno per lavorare! Ero stata assunta in prima fase come interimale e, a questo livello, era la prima volta che succedeva, il che spiegava che di fronte a questa situazione inedita, i servizi informatici non sapessero rispondere con velocità. Non posso dire che ho avuto sostegno dalla mia capa, il PC l’ho avuto per asillamento dei servizi informatici. Non è niente dire che la motivazione è decresciuta.

    Una volta sistemata questa questione, ho cominciato ad essere formata ma era un in modo un po’ dilettantesco e la vera formazione l’ho avuta 4 mesi dopo aver cominciato. I colleghi avevano un sacco di lavoro e non erano molto disponibili per me. Quindi ho fatto in modo di capire e formarmi da sola, di essere il più autonoma possibile per non disturbare i colleghi. L’integrazione nella squadra non ne posso parlare tanto, come non posso parlare molto di una squadra. Ognuno mangiava con chi gli pareva e non mi chiedevano di mangiare con loro. Ho trovato colleghi simpatici con cui mangiare ed ha sollevato un po’ l’atmosfera per me. Solo che non erano allo stesso posto di me, occupavano un posto più basso, e in quell’azienda era visto male stare troppo con gente «inferiore».

    La capa, nel frattempo, mi seguiva da lontano, con qualche intervento sempre meschino davanti ai miei colleghi. Era disorganizzata e non sapeva spiegare bene cosa intendeva, così che dava sempre istruzioni vaghe che risultavano spesso in un lavoro che non le conveniva. La colpevole ero sempre io che non ero abbastanza concentrata.

    Le relazioni con la capa non erano facili. Mi sono resa conto abbastanza presto che non era molto competente. Per la questione della lingua come dicevo prima ( e lì ci si può chiedere come funziona la politica di promozione nell’azienda: mettere come capo di una zona una persona che non parla questa lingua quando molto del materiale per lavorare è in questa lingua mi sembra una fesseria enorme e non era solo il caso per lei), poi perché non sopportava nessuna contraddizione. Era sempre come diceva lei, non ci potevano essere altre ipotesi. Anche se sbagliava, non si poteva farlo notare senza che lei lo prendesse come un’attacco personale.

    Per questo, la mia esperienza lì è finita male. Ha agito come un piccolo capo e due giorni prima della fine del periodo di prova, mi ha fatto venire nel suo ufficio per dirmi che non mi tenevano. Lo rimpiangeva ovviamente. Ragione: non mi sono inserita nel gruppo, non ho preso abbastanza caffè con i colleghi. Certo era un regolamento dei conti e così è apparso anche alle risorse umane che mi hanno sentita. Ha detto che così mi puniva e che la prossima volta avrei capito l’importanza di integrarmi. Quello che non mi aveva mai posto problema negli altri lavori che ho svolto. Era il suo modo di umiliarmi, proprio al momento dove me lo aspettavo di meno. Il dipartimento era sotto choc. Ma come si fa nelle aziende, ognuno è sconvolto ma poi non va più lontano. La solidarietà non esiste veramente. Ciascuno ha paura per il suo lavoro ed è ipocrita.

    Vabbè, se posso trarre insegnamenti da questa brutta esperienza, sono i seguenti:
    - Quello che vantano le risorse umane durante l’intervista non corrisponde sempre alla realtà. Ci possono essere grandi scarti tra la politica di reclutamento di un’azienda e la realtà delle strutture che non cambiano alla stessa velocità. La grande moda attuale è di reclutare gente con esperienza internazionale. Dà un’idea di dinamismo all’azienda e così comunica su questo. Solo che si può trattare di un’azienda dove il personale lavora lì per tutta la carriera e non vede di buon’occhio questi giovani che, per forza, hanno conosciuto metodi di management e modi di lavorare diversi, non è pronto ad imparare da loro o a cambiare, o semplicemente, ad accettare la differenza.
    - Non tutte le decisioni aziendali sono sensate e la politica delle promozioni rimane sempre un mistero. Non tutti siamo nati per essere manager e le risorse umane dovrebbero stare più attente alle qualità manageriali nonché alle competenze di chi mettono come capo. Al di là delle competenze in proprio, una persona disorganizzata può fare molti danni perché il collaboratore dovrà cambiare tutta la sua agenda per rispondere alle domande del capo, che se fossero state fatte in tempo, avrebbero permesso una migliore ripartizione del carico di lavoro. Mettere come capi persone che hanno complessi non può che fare danni e produrre situazioni contraproducenti. La persona può allora diventare meschina e a lungo termine può condurre all’asillamento morale che porta alla depressione, attitudine punita per legge.

  7. Perché un po’ di fiducia alla fine gliel’avevo quasi data
    (Nota ai lettori: tutto vero tranne i nomi sostituiti per ovvi motivi)

    Ricordo di esser stato letteralmente preso di peso e portato nella stanza accanto, dove si sarebbe tenuto il “corso” come lo aveva chiamato. “Il curriculum lo consegni a loro” mi aveva detto Lisa, la segretaria di EREX srl, il call center dove mi ero recato per fare richiesta di lavoro. Avevo ancora il mio curriculum imbustato nel raccoglitore di plastica quando Lisa mi aveva sospinto fuori dalla porta d’ingresso. Mi aveva condotto ad una porta adiacente che si trovava dentro lo stesso atrio felpato di moquette blu, “E’ qui per il corso di operatore di telemarketing” aveva annunciato con me al seguito, entrando dentro.
    “Ora scusa ma devo rientrare” aveva detto alla ragazza seduta in scrivania.
    Annalisa, la ragazza in segreteria, mi aveva piazzato sotto il naso dei moduli da firmare. “Benvenuto, ciao!” mi aveva detto felice. Io riempio i fogli con le mie credenziali, credendo faccia parte tutto di qualche tipo di corso di formazione propedeutico per il mio lavoro. Solo poi mi viene spiegato che si tratta di un nuovissimo corso di formazione professionale della Regione Abruzzo per plasmare Operatori di Telemarketing, una figura nuova e moderna per le prospettive del nuovo e moderno mondo del lavoro, cosi come si sta configurando il nuovo e moderno mondo del lavoro oggi.
    Il passaggio da Lisa di EREX, il callcenter dove stavo consegnando il mio curriculum, ad Annalisa di Target Management, la struttura riconosciuta dalla Regione Abruzzo accreditata per il corso di formazione professionale, era avvenuto in nemmeno 2 minuti. Ma sarebbero stati invece 5 i mesi di corso da affrontare prima di ri-presentare il mio curriculum ad EREX se volevo lavorare da loro, 5 mesi di corso comprendente Inglese base, Accenni di Programmazione Neurolinguistica, Legge 626 sulla sicurezza, Telemarketing, Socializzazione alla Imprenditorialità, ecc…
    La maggior parte delle figure che sarebbero venute ad insegnarci lavoravano sia per il call center EREX che per la stessa Target Management che aveva organizzato il corso. In sostanza c’era stato un accordo fra Target Management (che si era ingegnata nel reperire fondi dalla regione, inventandosi questa nuova figura professionale) e il call center EREX della porta accanto (che per l’occasione aveva “obbligato” a frequentare il corso regionale ad alcuni ragazzi che presentavano il proprio curriculum presso l’azienda, tra cui me).
    Cosi, raggiunto il numero necessario per il corso di formazione, avrei dovuto affrontare 5 mesi di corso non retribuito, vale a dire 5 mesi di ulteriore disoccupazione, mentre il call center EREX aveva ripreso ad assumere regolarmente altri ragazzi, fregandosene che questi nuovi assunti non si sarebbero fatti 5 mesi di mazzo per avere un attestato di “Operatore di telemarketing” come lo avrei avuto io.
    Come già specificato molte delle figure professionali che avrebbero insegnato a noi corsisti erano dello stesso call center EREX (supervisori di sala, responsabili marketing, ecc). Claudio, il ragazzo che ci insegnava Psicologia e Statistica, era invece il figlio di uno degli amministratori fondatori della Target Management (un signore attempato che teneva anche lui altri corsi). Sabrina, la moglie di Claudio, ci insegnava invece Programmazione Neurolinguistica. Il bello era che Sabrina ci chiedeva divertita, durante la lezione, che tipo fosse Claudio, cosa dicesse, come si comportasse, in modo che la potessimo ragguagliare su di lui, ma senza mai rivelarci che Claudio fosse suo marito. Lo venimmo a sapere solo successivamente. In Target Management si trattava in sostanza di una cosa organizzata “in famiglia”, la quale si premurava di non lasciar trapelare all’esterno i loro rapporti privilegiati. (Fino a che punto é legale che una struttura accreditata dalla Regione e finanziata profumatamente dalla medesima per svolgere corsi di formazione professionale abbia come personale d’insegnamento figli e parentele acquisite tra gli amministratori della stessa?)
    I responsabili di sala del call center EREX venivano invece ad insegnarci come vendere, come funziona il call center, come rispondere alle obiezioni dei clienti, e poi alle 12.00 scappavano al lavoro, dritti sparati alla porta accanto, a controllare la resa di pezzi venduti per Telecom.
    Dei 7 operatori “formati” professionalmente (6 ragazze ed io, l’unico maschio) solo io alla fine del corso ho ri-presentato il mio curriculum presso EREX. Le ragazze erano uscite dal corso completamente sfiduciate, quasi nauseate. Odiavano la vendita telefonica, le possibili obiezioni dei clienti, il ciarlare continuo dentro call center (che ci avevano ovviamente fatto visitare). Solo ultimamente sono venuto a conoscenza del fatto che anche presso le agenzie interinali dove queste mie “amiche di corso” erano iscritte c’erano stati accordi a monte con Target Management per “indirizzare” i disoccupati presso l’agenzia stessa, in modo che frequentassero il corso di formazione. Tutto questo ovviamente senza fornire loro spiegazioni sufficienti su cosa il corso trattasse. “Presentati qui e ti faranno lavorare, garantito” dicevano loro.
    A Target Management serviva solo “fare numero” agli occhi della Regione Abruzzo, solo quello. Non a caso Loredana, una delle corsiste, a fine corso non potè neanche dare l’esame poiché non aveva l’età minima richiesta per il corso. Non le dissero nulla per 4 mesi. Le fecero seguire le lezioni per poi comunicarle che non avrebbe potuto dare l’esame finale se non quando avesse compiuto i 20 anni, vale a dire 7 mesi dopo. Attualmente non so se Loredana alla fine ha dato l’esame, ma non è questo che importa.
    Da quanto ne so, in 4 anni di attività del call center EREX io sono risultato l’unico ad essere stato assunto individualmente, evitando il corso di formazione interno dell’azienda per i nuovi arrivati (che di solito è a gruppi di 20/30 persone). Sono risultato inoltre l’unico ad aver fatto ben 115 ore di stage, non retribuito, previsto dal corso di formazione regionale, vendendo pacchetti ADSL e computer per Telecom.
    Il call center lavora per committenza, da Telecom a Enelgas a Compass, la società finanziaria. Il servizio è totalmente in outbound, vale a dire che sono gli operatori a chiamare i clienti. I vari committenti forniscono al call center le liste dei numeri da chiamare, i tecnici del call center li “caricano” nel mainframe dell’azienda e le chiamate partono in automatico per l’operatore, che si ritrova la pagina del cliente sullo schermo, all’improvviso, dopo che il cliente stesso ha alzato la cornetta, il tutto preannunciato da uno squillo, un Driiin sparato in cuffia.
    Tanto per fare un po’ di storia dell’azienda, dapprima si era partiti con i “consensi” Telecom, una vera pacchia, vale a dire chiedere il consenso ai clienti di pubblicare il proprio numero di telefono, anche per l’anno in corso, sugli elenchi telefonici. Poi si è passati a chiedere se si volesse eliminare la fattura cartacea ricevendola solo tramite mail, risparmiando cosi i soldi di spedizione addebitati. Dopo il mio stage, a Giugno 2008, mese in cui entrai a collaborare (tutti i contratti degli operatori sono Lavoro a Progetto), si è iniziato subito con la vendita e non la si è sostituita mai: vendita di ADSL, vendita di servizi voce, vendita di Computer, vendita di pacchetti Sky o Mediaset, vendita di Alice Casa senza Canone, insomma, vendita vendita e vendita.
    Il contratto a progetto prevede di concludere 50 contratti mensili. Si lavora ininterrottamente, dalle 9.00 alle 21.30. Pausa a discrezione (solitamente ci si chiede di limitarci, non più di 15 min ogni 2 ore). Il compenso è di Euro 5 lordi l’ora, vale a dire 4,70 centesimi netti circa. Per ogni attivazione sono circa 1 euro lordi (0.80 centesimi netti circa), con minimi incentivi per un tot numero di contratti giornalieri. Se poi si trattano anche vendita di computer o pacchetti TV Sky/Mediaset, ogni attivazione frutta un tot di più.
    Tutto questo al netto delle cadute. Per cadute si intende quando i clienti possono “ripensarci” il giorno dopo, quando vengono chiamati dalla Courtesy Call, la chiamata di cortesia che fa il call center per accertarsi che l’operatore abbia lavorato bene e il cliente abbia compreso perfettamente ciò che ha attivato. I motivi di caduta possono essere molteplici, e purtroppo non sempre cristallini. Ci viene riportato ad esempio che un contratto è caduto o perché il cliente non é convinto nonostante la trattativa e la registrazione effettuata, o per problemi durante la registrazione stessa perché magari non si sente il “Si” di conferma del cliente o l’operatore ha saltato di leggere una parola del V.O (l’ordine verbale che si legge al cliente per l’attivazione), ecc…
    Il problema è che in busta paga tutto viene calcolato e detratto partendo da un’unica voce lorda. Seppure ad ogni postazione, dopo aver inserito il proprio nickname e password, per ogni operatore loggato compaiano giornalmente in schermata le ore lavorate, le attivazioni, le rimanenze per l’obiettivo mensile, ecc… in realtà un operatore non ha nessunissimo modo a fine mese di sapere quanti contratti da lui conclusi sono stati effettivamente pagati e quanti no poiché “caduti”. Pur chiedendo ai supervisori di sala “Sai se mi è caduto il computer che ho venduto ieri?” molti rimandano la risposta, affermando che si sarebbero accertati.
    “Ti faccio sapere, ok?”.
    Il problema è che l’azienda, lavorando per più committenti, non fa distinguo in busta paga rispetto a quanto sia il compenso per le ore lavorate al mattino, ad esempio, per la società finanziaria Compass (e le relative attivazioni) e quelle Telecom per il pomeriggio (e le relative attivazioni per vendite ADSL, computer, Sky, ecc). Un operatore si ritrova a doversi districare autonomamente per sapere a fine mese se ciò che gli è dovuto è effettivamente ciò che si è ritrovato in busta.
    E cosi si giunge alla mia prima busta paga. Il primo mese lavorai 140 ore, feci 54 contratti (al netto delle 11 cadute, mi dissero) e vendetti 4 computer. Per ogni computer avrei dovuto ricevere un compenso netto di 14 euro circa.
    Stando ai fatti il mio compenso netto sarebbe dovuto essere di Euro 757,20 centesimi.
    In busta paga trovai 630 euro scarsi.
    La disillusione durò quasi nulla. Feci un sorriso complice con me stesso, cosi, perché un po’ di fiducia alla fine gliel’avevo quasi data. Dimenticai la cosa e da quel giorno (e ormai è trascorso quasi un anno) non mi sono mai più minimamente preoccupato di raggiungere l’obbiettivo dei 50 contratti. Lavoro poco più di 100 ore mensili e vado via quando ne ho voglia, nonostante i supervisori ci chiedano di garantire quantomeno un tot di ore giornaliere. Non ho mai chiesto nulla in merito ai compensi, tanto meno ho voluto sapere alcunché. Mai mi sono messo in mostra per essere promosso a supervisore di sala (1200 euro circa mensili, CCNL determinato, annuale) stringendo amicizie e bacini con i supervisori anziani o entrando in confidenza con loro.
    Mi basta avere quei 4 soldi a fine mese, lavorando con sufficienza quel tanto che basta a farmi considerare un operatore diligente, quanto anonimo. Se un giorno ci scappa qualche contratto in più per cui mi sento dire “Bravo” dal mio supervisore, ne rido fra me e me.
    Rafforzare la propria autostima mi direbbe Elisa, l’insegnante che al corso di formazione della Target Management che ci ha fatto valutazioni sul lavoro di gruppo e sul bilancio delle competenze. La verità è che alla fine gli operatori di EREX la prendono tutti un po’ cosi, di qualsiasi sostrato sociale sia il pout-pourri del call center: universitari, madri, casalinghe annoiate, pseudo-artisti, ninfomani, omosessuali dichiarati… “Sempre meglio di niente, con la crisi che c’è” si dicono tutti.
    Ogni tanto qualcuno alza la voce e si lamenta con più foga, si reca in amministrazione a chiedere perché il compenso mensile non è allineato col proprio lavoro. “Scrivi a Roma, l’ufficio legale e amministrativo della EREX è lì” gli rispondono. Poi magari il mese successivo lo stroncano, – Mancato raggiungimento dell’obiettivo mensile – recita la raccomandata. Quasi tutti gli operatori EREX non raggiungono le 50 attivazioni, ma chissà perché solo il tizio che si è lamentato ha ricevuto la letterina di fine collaborazione.
    E quando succede una cosa simile mi vien solo venir voglia di ridere. Credo sia per questo che tanto si parla della mancanza di qualità e della scarsità di fiducia riposta nei contratti via telefono. Che senso ha la quantità o la certosina qualità del servizio quando è l’azienda stessa a non meritarsi amore e dedizione al lavoro? In questi casi un operatore che si rimette solo alla propria buona coscienza professionale, o che si appiglia idealisticamente al concetto di Categoria del Consumatore da tutelare, serve a nulla. Anzi, è da emeriti idioti.
    Che forse un call center che opera da 4 anni non abbia stipule e consolidati accordi di tacita intesa, stretti nel tempo, con sindacati o associazioni di consumatori nella regione in cui opera? Sarebbe assurdo il contrario.
    Io non mi sento né integrato nell’azienda né penso di essere d’incentivo per la stessa. Anzi, preferirei davvero, finché la cosa dura, essere considerato un nulla.
    Attualmente, vista la scena in cui lavoro, è la mia unica aspirazione professionale.

  8. “Quando meno te lo aspetti, l’occasione arriva”. Questa è una delle frasi che ho sentito più ripetere da quando ho iniziato a cercare lavoro.

    E allora ho deciso di far finta di non aspettare. Non controllo il calendario, né l’orologio e non sbatto i piedi a terra. Non guardo il cielo fischiettando e non leggo i pronostici delle stelle.

    Ma ecco qua che proprio quando meno me l’aspetto, Plutone dà una botta a Uranio, Uranio mi va in quadratura e Venere, propositiva come al solito, fa squillare il telefono.

    “Pronto, chi parla? E’ la signorina Venere?”

    “A Luce ma ti sei bevuta il cervello?!? Sono Verena, la signora del piano di sopra. Ti chiamo perché la sorella di una cugina di un’ amica della mia prozia che è professoressa universitaria sta cercando una persona per una collaborazione lavorativa.”

    Mumble… mumble… sarei rimasta alla sorella, ma la parola “collaborazione lavorativa” manda in tilt l’alberello genealogico che stavo coltivando e rimanda ai miei problemi di stRage.

    Cavolo, potrebbe essere una svolta! Questa proffa universitaria ha dei contatti con gente della Camera dei Debosciati e mi potrebbe far lavorare in un ufficio stampa. Non vedo l’ora di dire addio a Eloisa, Valentina, Maria Stella e a quello sfruttatore del Capo dei Capi!!! Strapperò convenzione e progetto formativo e arrivederci e grazie!!

    Mentre penso ai toni altisonanti in cui dire al Capo dei Capi che sono costretta ad interrompere lo stage (“Mi dispiace ma mi reclamano dai piani alti.” “Sono stata convocata per una missione importante per l’umanità e non posso più venire.” o “Me ne vado perché il mio talento è stato richiesto dalle massime cariche dello Stato) , io e la proffa ci prestiamo ai controlli di sicurezza per accedere al Palazzo.

    Metal detector, borsa sul rullo e pass alla mano. Bip- Bip. Voodoo Girl e gli spilli. Mannaggia! Mi tocca lasciarla qua… Con tutti questi spilli potrei fare fuori mezza Camera dei Debosciati!

    Così me ne entro da sola e senza difese. Il round ha inizio: siamo io, la proffa e il Disonorevole.

    L’ufficio emana solennità dalle pareti in legno lucido. C’è l’immancabile tricolore, quattro segni di santità tra crocifissi, madonne, acque sante e rosario. Non manca una foto del Disonorevole con John Paul II. Mi siedo sulla poltrona in pelle, ma vorrei rimanere in piedi, mettermi una mano sul cuore e intonare l’Inno di Mameli per adattarmi all’ambiente. (Perché mi vengono sempre in mente queste cose assurde in questi momenti??) .

    Il Disonorevole si schiarisce la voce, mi squadra dall’alto basso (oddio speriamo che non gli cada l’occhio sulla punta consumata del mio stivale!) e dà il via al sermone: “Signorina, questo è un progetto dal grande significato morale ed eretico e noi abbiamo bisogno di lei. Stiamo creando un’associazione che aiuti le persone disastrate ad entrare nel mondo del lavoro. Aiuteremo immigrati, distrabili, persone uscite dal mercato e giovani poco formati.”

    Lo osservo e ascolto attentamente il suo italiano sconquassato. Questo ha meno rughe di me! E che fondotinta usa? E’ colorito, ma non abbronzato e nemmeno sembra che si è fatto un quartino di vino. E’ ancora più plastificato che in tv. Ha un doppio petto firmato e un orologio d’oro che mi acceca. Osservo e annuisco.

    “Sto promuovendo questo progetto sui miiiiiiidia, partecipo a tante tetretrasmissioni. Mi faccio ospitare da qualche tettona e racconto quello che vogliamo fare (eh eh eh eh)” ride pacioccone .

    Vorrei strabuzzare gli occhi. La parola “tettona” ci sta proprio male tra il tricolore e la Madonna, ma faccio finta di nulla. Mi concentro sul suo ferma cravatta con diamantino.

    “Ora siamo molto poveri. Abbiamo bisogno di giovani come lei che ci diano una mano volontariamente e senza compenso. Lei potrebbe occuparsi dell’ufficio stampa, di inviare dei scomunicati che ci facciano conoscere. Noi affianchemo le imprese e formeremo buoni dispendenti per loro, le aziende quindi devono assolutramente conoscerci.”

    Che ha detto?!? Poveri?? Volontariamente?!? Non ci voglio credere!!!

    “Noi crediamo nella libertà. Nella libertà di poter lavorare. C’è scritto sulla nostra Sacra Costruzione, l’Italia è una Repubblica Fondata sul Lavoro. Lei lavori per noi, sarà parte di un grande disegno. E poi tra un anno si strutterà una vera azienda e lei ne farà parte a distritto. E poi, come mi ha detto la proffa, lei scribacchia. Perché non ci scrive un bel forum, un bel blogghe, quelle cose che fate voi generazione “feisbucche” sull’azzurra libertà di lavorare? Così, nel suo tempo libero…”

    No. Io lo sto già scrivendo un blogghe.

    E’ un blogghe sulla tua di libertà. La libertà infinita di chiedermi ancora un anno. Un anno in cui una serata a ballare mi costerà tanti “no”, in cui sarò ancora gggiovane e senza progetti, in cui dovrò far finta di non aspettare.

    Stavolta IO mi prendo la libertà di dirti di no, caro povero Disonorevole.

    Esco dal labirinto di legno-mosaico-legno-mosaico e cammino tra le strade più belle della mia città. Ho la sensazione di aver lasciato passare un treno su cui non volevo salire e in testa mi scorre prepotente questa canzone.

    tratto dal blog Vita da stRagista

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